venerdì 31 agosto 2012

Doppia cimasa, in mezzo a due semafori e targhetta da ridere. Sti Nuovi Spazi danno sempre grandi soddisfazioni

Si sono dimenticati di togliere la cimasa "Nevada" o forse non sanno più manco loro come si chiamano?
Poi via Sequenza invece di via Giuseppe Seguenza è fantastica.
I veri professionisti dell'outdoor ce li abbiamo solo noi nella gabidale d'itaglia...

giovedì 30 agosto 2012

Su spartitraffico centrale, più chiaro di così?

Sulla targhetta manca solo la scritta assassino eppoi era completa.
Siamo su via Nomentana in attesa che qualcuno ci crepi addosso.

mercoledì 29 agosto 2012

L'nvasione degli SCI/SPQR continua senza sosta. Si fermerà?

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Via dei Monti Tibutini altezza Ospedale Sandro Pertini.
Se qualcuno ci si schianta addosso in due minuti è al pronto soccorso.
Gli amici della SCI pensano a tutto. Grazie.

martedì 28 agosto 2012

Bosi segnala: Impianto pubblicitario abbattuto in viale Don Pasquino Borghi‏

Segnalazione inviata lunedì 20 agosto 2012 a: seg12.polizialocale@comune.roma.it; segnalazioniaffissioni@comune.roma.it; davide.bordoni@comune.roma.it; assessorato.ambiente@comune.roma.it; cesare.tabacchiera@comune.roma.it; picsdecoro@libero.it; antonio.dimaggio@comune.roma.it; claudio.saccotelli@comune.roma.it

In data 19 agosto 20112 é pervenuta a questa associazione una segnalazione corredata dalle sottostanti foto (scattate il 19.8.2012), che riguardano un impianto pubblicitario presumibilmente abbattuto a seguito di in un incidente automobilistico.
La prima delle foto lascia intravedere che l’impianto ha in alto al centro una cimasa con il numero 052 ed il nome della ditta “IL GLOBO”, che non sembra avere numero di codice identificativo né risultare nell’elenco delle 386 ditte pubblicitarie censite nella Nuova Banca Dati del Servizio Affissioni del Comune di Roma aggiornata alla data del 9 settembre 2011.

Si fa presente che questa associazione ha già avuto modo di segnalare la natura abusiva dei due seguenti impianti pubblicitari della ditta “IL GLOBO”:

1 -  Cartellone di mt. 4 x 3 installato in via dei Due Ponti all’altezza dell’incrocio con Viale di Tor di Quinto, senza numero di codice identificativo assegnato dal Servizio Affissioni. Segnalato al Comune e per conoscenza alla Procura della Repubblica con nota prot. n. 4 del 16/2/2010; segnalato alla Regione Lazio con nota prot. n. 5 del 16/2/2010; segnalato all’Ente Parco di Veio con  nota prot. n. 6 del 16/2/2010. Ora rimosso.

2 - Cartellone di mt. 4 x 3 installato in via di Quarto Peperino all’altezza dell’incrocio con via di Grottraossa, senza numero di codice identificativo assegnato dal Servizio Affissioni. Segnalato al Comune e per conoscenza alla Procura della Repubblica con nota prot. n. 4 del 16/2/2010; segnalato alla Regione Lazio con nota prot. n. 5 del 16/2/2010; segnalato all’Ente Parco di Veio con nota prot. n. 6 del 16/2/2010. Ora rimosso.

L’impianto abbattuto risulta installato su Viale Don Pasquino Borghi, sull’isola di canalizzazione direzionale all’altezza dell’incrocio con il Viale della Grande Muraglia: come lascia vedere la sottostante foto satellitare tratta da Google Maps, che evidenzia i sensi di marcia, l’impianto é stato presumibilmente abbattuto a causa di un probabile sbandamento di un’automobile proveniente da via del Fiume Bianco o dal Viale della Grande Muraglia e diretta in viale Don Pasquino Borghi.
La segnalazione allega anche la sottostante foto tratta da Street View di Google Maps che lascia vedere la presenza di un numero ben maggiore di impianti pubblicitari, esistente fino a poco tempo fa.
Come attesta la sottostante foto tratta sempre da Street View di Google Maps, ad aprile del 2008 sulla sola isola di canalizzazione direzionale risultavano installati ben 8 impianti pubblicitari, mentre all’estrema destra della stessa foto, sul lato opposto della strada risultano installati affiancati ad angolo fra di loro altri due impianti pubblicitari di mt. 4 x 3 (di cui uno dei due con il numero 391 in alto a sinistra): entrambi gli impianti avevano in alto al centro una cimasa con il nome della ditta “IGP Décaux”.
Come lascia meglio vedere la sottostante foto tratta sempre da Street View di Google Maps a settembre del 2008 i due impianti affiancati della ditta “IGP Décaux” risultavano ancora installati.
Oltre che per la sua natura abusiva dovuta alla totale assenza di un numero di codice identificativo, l’impianto risulta installato su un’area verde di arredo stradale, in violazione della lettera h) del 1° comma dell’art. 18 del vigente Regolamento approvato dal Consiglio Comunale con deliberazione n. 37/2009, ai sensi della quale “é vietata la collocazione di impianti e mezzi pubblicitari nei seguenti siti: …. h) aree in consegna al Servizio Giardini già attrezzate a verde”.

L’impianto risulta inoltre installato a ridosso di altri cartelloni (in violazione anche della distanza minima di 15 metri prescritta in deroga dal 5° comma del Regolamento comunale per impianti di dimensioni non superiori a mt. 1,20 x 1,80),  all’altezza  di un incrocio (in violazione anche della distanza minima di 25 metri prescritta in deroga sempre dallo stesso dal 5° comma del Regolamento comunale) e di due attraversamenti pedonali (in violazione anche della distanza minima di 15 metri prescritta in deroga ancora dal 5° comma del Regolamento comunale).

Si mette in risalto che in violazione delle suddette disposizioni operative si trovano anche gli altri impianti pubblicitari installati a ridosso dell’impianto di cui all’oggetto.

Si chiede in conclusione di voler accertare la regolarità di tutti i suddetti impianti, provvedendo alla loro immediata rimozione in caso di constatata violazione della loro posizione, oltre che della mancanza di un numero di codice identificativo, anche e soprattutto per garantire la sicurezza stradale ed evitare ulteriori futuri incidenti.

Si resta in attesa di un cortese riscontro scritto, che anche se per via telematica si richiede ai sensi degli articoli 2, 3 e 9 della legge n. 241/1990.

Distinti saluti.

Dott. Arch. Rodolfo Bosi
- Responsabile del Circolo Territoriale di Roma della associazione Verdi Ambiente e Società (VAS) –

lunedì 27 agosto 2012

Giurisprudenza su Cartellopoli n. 4: Diritto del Comune di negare richieste di installazioni in violazione del Regolamento del Codice della Strada

n. 3 – Il Comune ha il diritto di negare richieste di installazioni di impianti pubblicitari sullo spartitraffico centrale.
(sentenza del TAR Lombardia n. 5135 del 31 luglio 2000,
Ordinanza cautelare n. 6414 del 12 dicembre 2000,
Sentenza del Consiglio di Stato n. 3265 del 29 maggio 2006)

Anche questo quarto numero della rubrica dedicata alla Giurisprudenza riguarda una sentenza del Consiglio di Stato che costituisce in parte una appendice del precedente n. 2 dedicato alla sentenza della Corte Costituzionale n. 355 del 10 luglio 2002: per l’altra parte il Consiglio di Stato ha sancito un diritto che nel caso di specie spetta al Comune di Milano, ma che vale anche per tutti gli altri Comuni d’Italia e quindi anche per il Comune di Roma.

Il contenzioso è nato quando la S.p.A. “IPAS” ha chiesto di installare un nuovo impianto pubblicitario su suolo pubblico e più precisamente su un’isola di canalizzazione ed il Comune di Milano il 1 ottobre 1999 ha negato l’autorizzazione ad installarlo, motivando il rigetto della domanda per “motivi viabilistici” e per contrasto con il regolamento per l’applicazione dell’imposta comunale sulla pubblicità, che vieta espressamente l’installazione di mezzi pubblicitari su suolo pubblico fino alla definitiva approvazione del Piano Generale degli Impianti.

La S.p.A. “IPAS” ha presentato ricorso al TAR della Lombardia, sede di Milano, che con sentenza della Sezione III n. 5135 del 31 luglio 2000 ha annullato il provvedimento del Comune di Milano, che a sua volta il 23 novembre 2000 ha depositato il ricorso in appello al Consiglio di Stato n. 1449 (vedi dettaglio del ricorso allegato).

Con Ordinanza cautelare n. 6414 del 12 dicembre 2000 è stata accolta la domanda di sospensione della sentenza del TAR di Milano n. 5135/2000.

Il 1 aprile 2005 la Quinta Sezione del Consiglio di Stato ha pronunciato la sentenza n. 3265, poi depositata il 29 maggio 2006 (vedi allegato), con cui ha accolto in parte il ricorso in appello del Comune di Milano ed ha respinto il ricorso di 1° grado al TAR di Milano della S.p.A. “IPAS”.

Il Tribunale del TAR di Milano aveva affermato l’illegittimità della parte dell’art. 7 del regolamento comunale che vieta il rilascio delle autorizzazioni per nuovi impianti su suolo pubblico fino all’approvazione del Piano Generale degli Impianti, senza prefissare alcun termine per questo adempimento, incorrendo, così, nella violazione del 2° comma dell’art. 2 della legge n. 241 del 7 agosto 1990, che impone alle pubbliche Amministrazioni di stabilire per ciascun tipo di procedimento il termine entro il quale deve concludersi.

La Quinta Sezione del Consiglio di Stato ha condiviso pienamente questa decisione del TAR di Milano e non ha accolto quanto aveva sostenuto il Comune di Milano, secondo cui dall’obbligo del rispetto del 2° comma dell’art. 2 della legge n. 241/1990 ai sensi del successivo 1° comma dell’art. 13 sarebbero esonerati gli atti amministrativi generali di pianificazione e di programmazione, qual è il piano comunale degli impianti pubblicitari previsto dall’art. 3 del D.Lgs. 15 novembre 1993 n. 507: per la Quinta Sezione del Consiglio di Stato il Piano Generale degli Impianti non è affaatto esonerato dall’obbligo in forza proprio della sentenza della Corte Costituzionale n. 355 del 17 luglio 2002.

La Quinta Sezione del Consiglio di Stato ritiene però “che sia sufficiente a sorreggere il provvedimento impugnato la seconda parte della sua motivazione”, relativa ai “motivi viabilistici”, per le seguenti ragioni: “Seppure sinteticamente espressa, l’indicazione tra parentesi della situazione di fatto - “(isola di canalizzazione)” - consente, invero, di comprendere il percorso logico seguito dall’Amministrazione, in quanto costituisce adeguata specificazione del riferimento all’art. 51 del D.P.R. 16 dicembre 1992 n. 495, che approva il regolamento di esecuzione ed attuazione del codice della strada, ai sensi del quale il posizionamento di mezzi pubblicitari é in ogni caso vietato “sulle pertinenze di esercizio delle strade che risultano comprese tra carreggiate contigue” (comma 3, lett. a).
In questi limiti, quindi, l’appello deve essere accolto e, per l’effetto, in riforma della sentenza appellata, il ricorso di primo grado va respinto”.

Riguardo alle “pertinenze di esercizio delle strade che risultano comprese tra carreggiate contigue” si rimanda ad una lettura delle Istruzioni per l’Uso n. 5, dedicata ai “cartelloni pubblicitari installati sullo spartitraffico centrale”, perché fa presente la possibilità di deroga concessa ai Comuni dal 6° comma dell’art. 23 del Codice della Strada che il Comune di Roma ha sfruttato consentendo l’autorizzazione di “impianti pubblicitari sulle pertinenze di esercizio con larghezze superiori a metri 4, comprese fra carreggiate contigue”, con la precisazione che “in tali situazioni, gli impianti andranno collocati in posizione parallela all’asse stradale con distanza dal limite della carreggiata non inferiore a metri 1,80”.   

Da ogni sentenza di TAR e Consiglio di Stato si desume una “massima”, che per il caso specifico è il pieno diritto riconosciuto ad ogni Comune di negare richieste di installazioni di nuovi impianti pubblicitari sullo spartitraffico centrale.

Va messo in evidenza che se la “massima” suddetta, che vale per tutti i Comuni d’Italia e quindi anche per il Comune di Roma, va applicata a monte, per rigettare la richiesta di installazione di nuovi impianti pubblicitari sullo spartitraffico centrale, a maggior ragione deve essere applicata anche e soprattutto a valle, per rimuovere tutti gli impianti pubblicitari che risultassero installati a qualunque titolo in violazione tanto della lettera a) del 3° comma del D.P.R. n. 495/1992 quanto del 4° comma dell'art. 4 del vigente Regolamento delle Affissioni del Comune di Roma approvato con la delibera n. 37/2009.

Ai sensi del n. 27) del 1° comma dell’art. 3 del D.Lgs. n. 285/1992 (Nuovo Codice della Strada) viene definita “Isola di canalizzazione” la “parte della strada, opportunamente delimitata e non transitabile, destinata a incanalare le correnti di traffico.

Per una migliore comprensione di come funzionino esattamente le “isole di canalizzazione”, anche ad integrazione delle Istruzioni per l’Uso n. 5, si fa presente che la progettazione degli incroci a raso, in vista dei potenziali molteplici punti di conflitto tra le diverse traiettorie veicolare, richiede che lo spazio a disposizione  venga ripartito “fisicamente” in canali di scorrimento destinati ai singoli flussi, facilitando lo svolgersi delle manovre.

Il progetto di una intersezione a raso deve richiedere in generale una attenta previsione delle canalizzazioni, da ricavare sia con una semplice segnaletica che con isole sporgenti e non.

In riferimento alle isole di canalizzazione, è possibile adottare la seguente classificazione, in funzione del ruolo svolto dalle isole medesime nell’organizzazione cinematica degli incroci:
  • isola divisionale, di forma allungata, generalmente usata per separare corsie di senso circolatorio opposto anche ben oltre l’incrocio in senso stretto (cosiddetto spartitraffico centrale);
  • isola a goccia, posta in genere sulla strada secondaria, che diventa un’isola decisionale quando è prevista sulla secondaria una corsia  di accumulo per la svolta a sinistra, oppure quando l’intersezione è semaforizzata;
  • isola direzionale, in genere triangolare, che impone ai veicoli, specie se in svolta, la traiettoria corretta e che si trova in genere anche ai 4 lati di una rotatoria.    
Dott. Arch. Rodolfo Bosi

Documenti allegati:
Ricorso a Consiglio di Stato 10449 del 2000 - Dettaglio Ricorso.doc
Sentenza Consiglio Stato 3265 del 2006.doc

sabato 25 agosto 2012

Ricoprire i monumenti di pubblicità per restaurarli? Beh, noi siamo d'accordo

Se si sta nelle regole, nelle leggi, nei regolamenti e nel buon senso, Cartellopoli è totalmente favorevole a finanziare restauro e riqualificazione dei monumenti mediante maxi installazioni pubblicitarie. A patto che nessuno se ne approfitti o, peggio, faccia in modo che si effettuino lavori inutili (o troppo lenti) per installare impianti laddove non servirebbero.
Ecco la nostra risposta a questo articolo de Il Messaggero che paventa il restauro delle Mura Aureliane grazie alla pubblicità.

Sarebbe anche l'ennesima lezione ai nostri cari amici mafiosi cartellonari. Gli unici operatori (se così vogliamo chiamarli) del settore pubblicitario al mondo a non aver ancora capito che la pubblicità fine a se stessa, il palo con l'affissione sopra, il pannello con l'inserzione, non è guardata da nessuno, è odiata dai cittadini (che quindi poi odiano pure la marca pubblicizzata), è invasiva, brutta, fastidiosa e fuori dal tempo. La pubblicità urbana è e deve essere qualcosa che invece dialoga con l'arredo urbano, che viene in contro in maniera smart alle esigenze della città. Ecco le toilette, le mappe, il bike-sharing, le pensiline. E anche la copertura dei monumenti per recuperare le risorse necessarie al loro restauro ed alla loro conservazione.

Invitiamo le aziende serie a pianificare solo su queste realtà, non sui cartelloni assassini gestiti dalla camorra romana.

giovedì 23 agosto 2012

Ma se la mafia cartellonara arriva pure in un megarticolo su Repubblica nazionale a firma Fracensco Merlo che distrugge la gestione di Roma, cosa altro deve succedere?

E Roma, come il sud dei piagnistei, diventa l'ospizio di tutti gli eccessi, cresce la criminalità e la capitale si fa mafiosa. Alemanno chiede soldi del governo anche contro l'abuso di quella cartellonistica che è nelle mani di una cosca che controlla e vende gli spazi illegali alla pubblicità, tappezza clandestinamente di orrori le vie consolari e l'intera città come nessuna altra metropoli civile. E la cartellonistica invade, anche legalmente, il centro storico, al punto che  in via Veneto non c'è palo della luce e orologio pubblico che non abbiano il suo piccolo obbrobrio pubblicitario. Il Comune che guadagna sugli spazi legali, compatte solo a parole l'illegalità dei cartellonari, vere e proprie famiglie, piccole aziende potentissime di cui io evito qui di fare nomi.

Così Francesco Merlo all'interno di un mega articolo (due pagine intere in cronaca nazionale) dedicato alla Roma di Bordoni (quella che ha Alemanno come sindaco). Un articolo che così si conclude, facendo riferimento ai fatti del Pincio:

Un muro che crolla non è mai soltanto calcinaccio e polvere. Ogni muro, infatti, con quella fisica che ha sempre una dimensione simbolica e dunque, quando crolla, crolla due volte. Lo sgretolamento del muro del Pincio sgretola anche Alemanno e scopre una Roma a rischio Sudamerica, piccola capitale con tutti i vizi della megalopoli, dalle favelas alla violenza quotidiana, alle mafie ai debiti quarantennali con le banche per costosissime metropolitane che non si faranno mai: la linea D è stata definitivamente cancellata, la C rischia di fermarsi a San Giovanni, la B1 degrada la B... Ecco perché quel muro che crolla ci avverte che probabilmente non basta più discaricare Alemanno. Persino Ciarrapico, che comprò la Casina Valadier, ne aveva un rispetto così grande che voleva a tutti i costi portarci gli uomini migliori, come Carlo Caracciolo per esempio: "Ce devi venì, per far vedere alla gente che qui non ce vengono soltanto i burini come me".

Qui l'articolo integrale. Buona lettura.

Il rimorchio non c'è più

19/07/2012
09/08/2012
Buongiorno,
volevo ringraziarvi per il supporto che avete dato alle mie segnalazioni sui cartelloni abusivi.
Ieri è stato rimosso il cartellone sul rimorchio in via Petrocelli, ho scattato una foto che volevo condividere, con l'augurio che questo sia solo il primo di una lunga serie di successi. 

Andrea T.

martedì 21 agosto 2012

Giurisprudenza su Cartellopoli n. 3: Non possono essere bloccate nuove autorizzazioni fino alla conclusione del riordino

n. 3 - Non è ammissibile il blocco all' installazione di nuovi impianti fino alla ultimazione del procedimento di riordino degli impianti pubblicitari 
esistenti nel Comune di Roma.
(Ordinanza cautelare del TAR del Lazio n. 388 del 25.1.2007
Ordinanza cautelare del TAR del Lazio n. 2121 del 9.5.2007
Sentenza breve del TAR del Lazio n. 12951 dell’11.12.2007)

Questo terzo numero della rubrica dedicata alla Giurisprudenza costituisce una appendice del precedente n. 2 dedicato alla sentenza della Corte Costituzionale n. 355 del 10 luglio 2002.

Si tratta di 3 distinti provvedimenti della Sezione Seconda del TAR del Lazio che sono stati determinati dai seguenti antefatti.
In data 8 settembre 2006 la S.r.l. GWC & Partners ha presentato richiesta di installazione di 3 impianti pubblicitari di mt. 4 x 3 nell’area di pertinenza dell’impianto di distribuzione carburanti di proprietà della società Petrolmass, all’altezza del civico n. 1034 di via Nomentana.

L’allora Direttore del Dipartimento VIII, Politiche del Commercio e dell’Artigianato, V Unità organizzativa, Ufficio Affissioni e Pubblicità del Comune di Roma, con provvedimento prot. n. 95224 del 20 novembre 2006 ha disposto l’archiviazione della richiesta.

Con ricorso n. 12127 depositato il 22 dicembre 2006 la S.r.l. GWC & Partners ha chiesto l’annullamento previa sospensiva del provvedimento di archiviazione, nonché delle deliberazioni del Consiglio Comunale di Roma n. 609/1981, n.289/1994, n.254/1995, n.260/1997 e n. 100/2006.

Il ricorso è stato assegnato alla Sezione Seconda del TAR del Lazio che con Ordinanza cautelare n. 388 del 24 gennaio 2007 (vedi allegato) ha accolto l’istanza incidentale di sospensione dell’atto impugnato nei limiti di un riesame tenuto conto della peculiarità della fattispecie oggetto della controversia.

A fronte dell’inerzia del Comune in data 4 aprile 2007 la S.r.l. GWC & Partners ha notificato all’amministrazione capitolina una  istanza di esecuzione dell’ordinanza n. 388/07.

Non avendo l’amministrazione comunale provveduto all’esecuzione dell’ordine impartito con l’ordinanza, con prot. 2007020997 la S.r.l. GWC & Partners ha chiesto alla Seconda Sezione del TAR del Lazio la nomina di un commissario che provvedesse in luogo dell’Amministrazione: con Ordinanza n. 2121 del 9 maggio 2007 (vedi allegato) la Seconda Sezione del TAR del Lazio ha ordinato “di provvedere alla esecuzione dell’ordinanza n. 388/07 fissando all’uopo il termine di trenta giorni dalla comunicazione o, se anteriore, dalla notificazione della presente ordinanza”, disponendo contestualmente che “per l’ipotesi di ulteriore inadempimento dell’Amministrazione intimata, nomina sin d’ora commissario ad acta l’avv. Enrico Lorusso, dirigente preposto all’Avvocatura Comunale, che adotterà i provvedimenti di cui sopra, nell’ulteriore termine di giorni sessanta”.

Il Commissario ad acta Enrico Lorusso con prot. n. 50693 del 1 agosto 2007 ha adottato un provvedimento elusivo dell’Ordinanza n. 388/2007 e con prot. n. 2007045500 del 7 settembre 2007 ha presentato una relazione al TAR del Lazio: entrambi i documenti sono stato impugnati dalla S.r.l. GWC & Partners che con protocolli n. 2007056857 e n. 2007056859 del 6 novembre 2007 ha presentato rispettivamente istanza cautelare ed incidente di esecuzione, sollecitando anche l’annullamento del provvedimento del Commissario ad acta Avv. Lo Russo prot. n.50693 del 1.8.2007 (vedi dettaglio del ricorso n. 12127/2006).

Con sentenza breve n. 12951 del 21 novembre 2007 la Sezione Seconda del TAR del Lazio ha accolto “il ricorso in epigrafe indicato e per l’effetto annulla in parte qua gli atti impugnati.” (vedi allegato)

Cerchiamo allora di capire che cosa esattamente la Sezione Seconda del TAR del Lazio ha ritenuto degno di accoglimento, esaminando analiticamente le 3 distinte motivazioni che sono state fatte oggetto di censura perché addotte dall’Amministrazione comunale a motivazione del suo provvedimento di archiviazione.

1 - Con la 1° motivazione il Direttore dell’Ufficio Affissioni e Pubblicità del Comune di Roma ha richiamato l’art.11 della deliberazione del Consiglio Comunale n. 289/1994, che stabiliva che la superficie totale dei mezzi pubblicitari che insistono su proprietà privata non può superare la quantità di mq. 30 ogni 1000 abitanti e che il territorio comunale non può contenere più di 7000 facciate poster del formato di metri 6 x 3.

Per la Seconda Sezione del TAR del Lazio è “evidente la carenza di tale motivazione atteso che il richiamo ai criteri stabiliti per il calcolo della superficie totale dei mezzi pubblicitari che insistono sulla proprietà privata non costituisce di per sé motivo per il rigetto tout court della istanza della ricorrente nulla essendo detto in merito alla superficie assentita ed a quella ancora disponibile.

2 - Al punto 3 della motivazione del provvedimento di archiviazione si afferma che, qualora la pubblicità esposta sui cartelli pubblicitari di cui si chiede la installazione  fosse attinente ai prodotti in vendita nella stazione carburanti Petrolmass, l’esame della istanza sarebbe del Municipio territorialmente competente.

Per la Seconda Sezione del TAR del Lazio la motivazione “non ha portata lesiva per la ricorrente atteso che la richiesta dalla stessa presentata, dichiaratamente, non attiene a pubblicità per prodotti in vendita nella stazione di carburanti”.

3 - Come ulteriore motivazione al punto n.2) del provvedimento si afferma che con le deliberazioni n.254/1995 e n. 260/1997 il Consiglio Comunale ha approvato la procedura straordinaria del “riordino” dell’impiantistica pubblicitaria riguardante sia il rinnovo di concessioni ed autorizzazioni rilasciate entro il 31.12.1993 che l’esame di  istanze presentate entro il 31.12.1994 fissando il conseguente obbligo di dichiarare improcedibili tutte le istanze pervenute successivamente al 31.12.1994.

Della suddetta improcedibilità si duole la S.r.l. GWC & Partners che ha impugnato con motivi aggiunti anche il 1° comma dell’art. 34 del nuovo Regolamento comunale in materia di esposizione della pubblicità adottato nel frattempo con delibera n.100 del 12.4.2006, perché come norma transitoria impone la conversione a decorrere dal 25.11.2004 degli impianti pubblicitari di mt. 6 x 3 “in formati di dimensione inferiore entro il limite numerico di 7.000 facciate e senza che da tale conversione risulti un aumento del numero degli impianti autorizzati”: la S.r.l. GWC & Partners ha impugnato anche la delibera del Consiglio Comunale n.609 del 3 aprile 1981 perché vieta entro un certo perimetro la collocazione di impianti superiori a mq. 6,00 (cioè di mt. 3 x 2 e non 4 x 3).

Secondo la S.r.l. GWC & Partners “così operando il Comune determina non una mera temporanea compressione dell’attività imprenditoriale, ma la totale esclusione della possibilità di esercizio dell’attività stessa per un periodo indeterminato.

Per la Seconda Sezione del TAR del Lazio “La censura è meritevole di accoglimento” per i seguenti motivi.

Il legislatore nazionale con il decreto legislativo n.507 del 1993 ha previsto  l’obbligo per i Comuni di deliberare il regolamento per la effettuazione del servizio delle pubbliche affissioni entro il 30.6.1994, termine prorogato al 30.9.1995 dall’art.1 del D.L. n.250 del 1995 .
L’art.36 del suddetto decreto legislativo stabilisce all’ottavo comma che il Comune non può autorizzare l’installazione di nuovi impianti fino all’approvazione del regolamento comunale e del piano generale previsti dall’articolo 3.
La Corte Costituzionale con la sentenza n.355 del 2002, nell’esaminare la legittimità costituzionale dell’articolo 36, comma 8, del decreto legislativo n.507 del 1993, ha affermato che tale norma deve essere messa in relazione, ai fini della sua compatibilità costituzionale, con l’art. 41 Cost. e con l’art. 2 della legge n. 241 del 1990 che impone alla PA l’onere di determinare, per ciascun tipo di procedimento, il termine entro il quale esso deve essere concluso stabilendo in via suppletiva il termine di trenta giorni oltre i quali la PA diviene inadempiente.
Il regolamento comunale previsto dall’articolo 3 soprarichiamato del decreto legislativo non può dunque inibire sine die le installazioni pubblicitarie senza violare i principi costituzionali di iniziativa economica anche di derivazione comunitaria.
Il Comune di Roma  ha adottato, con la delibera CC n.289 del 1994 il Regolamento sulle pubbliche affissioni e successivamente, con deliberazione n.254 del 1995, ha approvato il primo piano generale dell’impiantistica pubblicitaria prevedendo la improcedibilità delle domande presentate sino alla ultimazione del procedimento di riordino degli impianti pubblicitari esistenti.
A distanza di oltre un decennio, tuttavia, tale procedimento non risulta concluso nè il Comune è in grado di indicare con certezza la data della sua futura definizione.
Risulta quindi paralizzata la possibilità per i privati di inserirsi nel mercato pubblicitario che risulta cristallizzato, con una inammissibile restrizione dell’attività economica protratta nel tempo e lasciata all’arbitrio della Amministrazione in violazione, oltre che dei principi costituzionali di iniziativa economica, anche del principio di buon andamento e di correttezza dell’azione amministrativa.
Nel contempo, i titolari di precedenti autorizzazioni, essendo inibite nuove iniziative imprenditoriali, vengono a godere di una rendita di posizione con distorsione del mercato in assenza di una reale attività concorrenziale.
Anche la giurisprudenza che si è occupata delle questioni  relative agli impianti pubblicitari previsti dal D.L. vo 15 novembre 1993 n. 507 è arrivata alla conclusione che non è ammissibile il blocco all' installazione di nuovi impianti, ma solo  la valutazione delle domande provenienti dai privati sulla base dei molteplici interessi pubblici, e cioè quelli relativi alla sicurezza della circolazione stradale nonché ai parametri estetici, panoramici, ambientali ed edilizi dovendosi escludere la possibilità di affidare all' inerzia dell' Ente locale un effetto restrittivo del diritto garantito dall' art. 41 Cost. ( Cfr. T.A.R. Milano, III Sez., 17 aprile 2002 n. 1491; TAR Veneto, 3258 - 29 ottobre 2001).
In sostanza il Comune deve di volta in volta verificare la sussistenza dei requisiti soggettivi ed oggettivi alla stregua dei criteri e dei principi fissati dalle norme  di riferimento e delle disposizioni contenute nel regolamento comunale.
Da qui la illegittimità di tale motivazione del diniego ed in parte qua degli atti ad esso presupposti.

Si fa presente che, stando al sito web http://www.aziende-italia.com/gwc-e-partners-societa-a-responsabilita-limitata-44616/, l'attività della S.r.l. GWC & Partners non risulta essere stata dichiarata all'ufficio del Registro delle Imprese: fors’anche per tale motivo questa società non sembra risultare attualmente nell’elenco delle ditte pubblicitarie censite nella Nuova Banca Dati del Comune aggiornata alla data dell’8 settembre 2011.

Anche i 3 impianti pubblicitari di mt. 4 x 3 non risultano al momento installati all’altezza del civico n. 1034 di via Nomentana.

La sentenza stabilisce sostanzialmente che non può essere considerato valido il 1° Piano Generale degli Impianti così come approvato dal Consiglio Comunale con deliberazione n.254 del 6.11.1995, perché prevede il blocco delle richieste di nuove installazioni sino alla ultimazione del procedimento di riordino degli impianti pubblicitari esistenti su cui è stato impostato il piano.

La risposta sta quindi nel superamento della procedura del “riordino” e nella conseguente approvazione anche forzata di un vero e proprio Piano Regolatore degli Impianti Pubblicitari (PRIP), come sancito dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 355 del 10 luglio 2002, che è stata peraltro solo recepita dal Consiglio Comunale di Roma: con la deliberazione n. 100 del 12.4.2006, poi modificata ed integrata dalla deliberazione n. 37 del 30.3.2009, sono stati infatti stabiliti i criteri per la redazione di un PRIP a tutt’oggi solo adottato senza nemmeno rispettarli da ben un anno e mezzo, che a tutt’oggi non è stato ancora definitivamente approvato.       

Dott. Arch. Rodolfo Bosi

Documenti allegati:
Ordinanza TAR Lazio n. 388 del 24 gennaio 2007.doc
Ordinanza cautelare TAR Lazio 2121 del 9 maggio 2007.doc
Sentenza TAR Roma 12951 del 2007.doc
Dettaglio ricorso TAR Lazio 12127 del 22 dicembre 2006.doc

domenica 19 agosto 2012

Giurisprudenza su Cartellopoli n. 2: Inibizione di nuove installazioni fino al PGI

n. 2 - il regolamento di un comune non può inibire sine die
nuove installazioni pubblicitarie
fino alla approvazione del Piano Generale degli Impianti
(sentenza della Corte Costituzionale n. 355 del 10 luglio 2002)

Questo secondo numero della rubrica dedicata alla Giurisprudenza riguarda un caso su cui è stata chiamata a pronunciarsi addirittura la Corte Costituzionale con la sentenza n. 355 del 10 luglio 2002 (che si rimette in allegato), poi richiamata in diverse sentenze sia del TAR che del Consiglio di Stato.

Per capirne meglio il contenuto e soprattutto la portata è necessario far conoscere dapprima gli antefatti che hanno riguardato i richiami normativi sulla cui legittimità costituzionale è stata poi chiesta una pronuncia da parte della Suprema Corte.
Con il Decreto Legislativo n. 507 del 15 novembre 1993 è stata dettata fra l’altro la disciplina relativa alla “Revisione ed armonizzazione dell'imposta comunale sulla pubblicità e del diritto sulle pubbliche affissioni”.

Il 1° comma dell’art. 3 dispone che “Il comune é tenuto ad adottare apposito regolamento per   l'applicazione dell'imposta sulla pubblicità e per l'effettuazione del servizio delle pubbliche affissioni.

Il successivo 2° comma stabilisce che “con il regolamento il comune disciplina le modalità di    effettuazione della pubblicità e può stabilire limitazioni e divieti per particolari forme pubblicitarie in relazione ad esigenze di pubblico interesse.

Il 3° comma precisa che “il regolamento deve in ogni caso determinare la tipologia e la quantità degli impianti pubblicitari, le modalità per ottenere il provvedimento per l'installazione, nonché i criteri per la realizzazione del piano generale degli impianti. Deve altresì stabilire la ripartizione della superficie degli impianti pubblici da destinare alle affissioni di natura istituzionale, sociale o comunque prive di rilevanza economica e quella da destinare alle affissioni di natura commerciale, nonché la superficie degli impianti da attribuire a soggetti privati, comunque diversi dal concessionario del pubblico servizio, per l'effettuazione di affissioni dirette.

Il 2° comma del successivo art. 36 prescrive che “per la prima applicazione del presente decreto i comuni devono deliberare il regolamento di cui all'art. 3 entro il 30 giugno 1994”: il termine è stato poi prorogato al 30 settembre 1995 dal comma 9 dell'art. 1 del decreto-legge n. 250 del 28 giugno 1995, convertito con modificazioni nella legge n. 349 dell’8 agosto 1995.

Il successivo comma dell’art. 36 stabilisce a sua volta che “Il comune non dà corso alle istanze per l'installazione di impianti pubblicitari, ove i relativi provvedimenti non siano già  stati adottati alla data di entrata in vigore del presente decreto, né può autorizzare l'installazione di nuovi impianti fino all'approvazione del regolamento comunale e del piano generale previsti dall'art. 3.

In applicazione del D.Lgs. n. 507/1993, con deliberazione n. 289 del 19.12.1994 il Consiglio Comunale di Roma ha adottato il Regolamento sulla pubblicità esterna e sulle pubbliche affissioni: con deliberazione n.254 del 6.12.1995, ha approvato il 1° Piano Generale degli Impianti che prevede il “riordino” come procedura di carattere straordinario, stabilendo sia i requisiti per l’autodenuncia che le condizioni per il rinnovo, ma demandando alla Giunta Comunale il compito di darvi attuazione con l’emanazione di una apposita deliberazione (che sarà la n. 1689 del 9.5.1997): è stata prevista la improcedibilità delle domande presentate sino alla ultimazione del procedimento di riordino degli impianti pubblicitari esistenti.

A distanza di quasi 15 anni non risulta ancora concluso il procedimento di riordino né il Comune è tuttora in grado di indicare con certezza la data della sua futura definizione.

In diversi ricorsi al TAR è stato rilevato come specifico motivo di censura che “risulta quindi paralizzata  la possibilità per i privati di inserirsi nel mercato pubblicitario che risulta cristallizzato, con una inammissibile restrizione dell’attività economica protratta nel tempo e lasciata all’arbitrio della Amministrazione in violazione, oltre che dei principi costituzionali di iniziativa economica, anche del principio di buon andamento e di correttezza dell’azione amministrativa”: è stato altresì rilevato che “nel contempo, i titolari di precedenti autorizzazioni, essendo inibite nuove iniziative imprenditoriali, vengono a godere di una rendita di posizione con distorsione del mercato in assenza di una reale attività concorrenziale.

Al particolare aspetto del blocco delle autorizzazioni sino alla ultimazione del procedimento di riordino degli impianti pubblicitari esistenti, che è specifico del Comune di Roma, deve aggiungersi come ben più ponderato motivo di censura il disposto del comma 8 dell’art. 36 del D.Lgs. n. 507/1993 che stabilisce che ogni Comune non può autorizzare l’installazione di nuovi impianti fino all’approvazione del regolamento comunale e del Piano Generale degli Impianti previsti dal precedente articolo 3.

In applicazione del suddetto disposto il Comune di Genova ha respinto una richiesta presentata nel 1995 di autorizzazione alla installazione di un impianto pubblicitario su un sottoponte ferroviario  ed ha poi emanato una ordinanza dirigenziale con cui ha disposto la rimozione dell’impianto nel frattempo installato.

Per l’annullamento di entrambi i suddetti provvedimenti sono stati presentati due distinti ricorsi al TAR della Liguria, che con ordinanza emessa l'8 marzo 2001 ha sollevato, in riferimento all'articolo 41 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale del comma 8 dell'articolo 36 D.Lgs. n. 507/1993: “tale disposizione, ad avviso del TAR della Liguria,  contrasterebbe con l'art. 41 della Costituzione, in quanto, non prevedendo alcun termine entro il quale il comune deve provvedere all'adozione del piano generale degli impianti pubblicitari a differenza di quanto dispone il comma 2 dell'art. 36 del citato decreto legislativo per l'adozione del regolamento comunale, avrebbe l'effetto di comprimere in maniera indeterminata nel tempo, e non correlata ad alcun pubblico interesse, la libera iniziativa economica”.

Per la Corte Costituzionale la questione non è invece fondata per i seguenti motivi.
La tutela degli interessi pubblici presenti nella attività pubblicitaria effettuata mediante l'installazione di cartelloni si articola dunque, nel decreto legislativo n. 507 del 1993, in un duplice livello di intervento: l'uno, di carattere generale e pianificatorio, mirante ad escludere che le autorizzazioni possano essere rilasciate dalle amministrazioni comunali in maniera casuale, arbitraria e comunque senza una chiara visione dell'assetto del territorio e delle sue caratteristiche abitative, estetiche, ambientali e di viabilità; l'altro, a contenuto particolare e concreto, in sede di provvedimento autorizzatorio, con il quale le diverse istanze dei privati vengono ponderate alla luce delle previsioni di piano e solo se sono conformi a tali previsioni possono essere soddisfatte.
Per la Corte Costituzionale “è erronea la premessa interpretativa …, secondo cui nell'anzidetta disciplina non sarebbe previsto un termine entro il quale i comuni debbano adottare il piano generale degli impianti, che condiziona, a sua volta, l'adozione dei singoli provvedimenti autorizzatori”, perché “l'art. 2, commi 2 e 3, della legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi), applicabile anche agli atti amministrativi generali di pianificazione e di programmazione, impone alle pubbliche amministrazioni l'onere di determinare, per ciascun tipo di procedimento, il termine entro il quale esso deve essere concluso, quando non siano la legge o il regolamento a stabilire tale termine”.
La Suprema Corte precisa che “Nella specie, il dovere della amministrazione comunale di dotarsi del piano generale degli impianti pubblicitari è divenuto operante nel momento in cui è stato approvato il regolamento di cui all'art. 3 del decreto legislativo n. 507 del 1993; né risulta che l'amministrazione, avvalendosi del potere attribuitole dal richiamato art. 2 della legge n. 241 del 1990, abbia stabilito il termine entro il quale dovesse essere adottato il piano degli impianti concernente anche la cosiddetta pubblicità ferroviaria, vale a dire quella che si effettua in ambito ferroviario mediante l'installazione di impianti pubblicitari visibili dalla pubblica via. È quindi applicabile il terzo comma dell'articolo 2 della legge n. 241 del 1990, che in via suppletiva pone a carico della pubblica amministrazione l'obbligo di concludere il procedimento entro trenta giorni, trascorsi i quali la medesima pubblica amministrazione è inadempiente.
Con sentenza n. 262 del 1997 la Corte Costituzionale aveva “altresì precisato che la mancata osservanza del termine a provvedere non comporta la decadenza dal potere, ma vale a connotare in termini di illegittimità il comportamento della pubblica amministrazione, nei confronti del quale i soggetti interessati alla conclusione del procedimento possono insorgere utilizzando, per la tutela della propria situazione soggettiva, tutti i rimedi che l'ordinamento appresta in via generale in simili ipotesi (dal risarcimento del danno all'esecuzione del giudicato che abbia accertato l'inadempienza della pubblica amministrazione).
Per la Suprema Corte “il fatto che nel quadro normativo poc'anzi delineato sia comunque individuabile un termine entro il quale il comune deve dotarsi del piano generale degli impianti e non resti senza sanzione l'eventuale inadempienza, consente di concludere che al diritto di iniziativa economica è assicurata una protezione adeguata e pertanto di escludere che i privati possano essere autorizzati alla installazione di cartelli pubblicitari in mancanza di pianificazione territoriale. L'opposta opinione comporterebbe la completa vanificazione di quel livello generale di tutela degli svariati interessi pubblici sui quali questo tipo di attività potenzialmente incide, livello che costituisce il tratto caratterizzante della disciplina censurata. Essa, lungi dal contrastare con l'art. 41 della Costituzione, introduce nei confronti dell'iniziativa economica un limite non irragionevole, preordinato com'è alla salvaguardia di una pluralità di beni di rilievo costituzionale, quali l'ambiente, l'arte, il paesaggio, la sicurezza della viabilità.
Per questi motivi la Corte Costituzionale ha giudicato non fondata la questione di legittimità costituzionale del comma 8 dell'art. 36 del D.Lgs. n. 507/1993.
La sentenza n. 355/2002 è stata poi richiamata o comunque recepita in diverse sentenze sia del TAR che del Consiglio di Stato, fra cui la sentenza del TAR di Milano n. 1491 del 17 aprile 2002 e la sentenza della Seconda Sezione del TAR del Lazio n. 12951 del 21 novembre 2007, che hanno dato una “interpretazione” che si discosta dalla sostanza della pronuncia della Corte Costituzionale e che diventeranno oggetto di prossimi articoli della rubrica dedicata alla Giurisprudenza su Cartellopoli.
Secondo la sentenza n. 1491/2002 del TAR di Milano la mancata approvazione del Piano Generale degli Impianti Pubblicitari ai sensi del D.Lgs. n. 507/1993 “può, invero, comportare soltanto che qualsivoglia domanda di tal genere proveniente da privati sia sottoposta a valutazione sulla base dei molteplici interessi ( di ordine specificatamente pubblico, di sicurezza della circolazione stradale, di natura estetica, panoramica, ambientale od edilizia ) sottesi alla disciplina de qua e non può giammai tradursi, come pretenderebbe l’Amministrazione, in un “blocco” alla installazione di nuovi impianti, che si pone in contrasto con i principii costituzionali e generali, previsti in materia dal nostro ordinamento giuridico ( v. Cons. St., V, 1 settembre 1986, n. 429 ).
 
Secondo invece la sentenza n. 12951/2007 del TAR di Roma “il regolamento comunale previsto dall’articolo 3 soprarichiamato del decreto legislativo non può dunque inibire sine die le installazioni pubblicitarie senza violare i principi costituzionali di iniziativa economica anche di derivazione comunitaria.

Ne deriverebbe ad esempio come inaccettabile applicazione pratica nel Comune di Roma che, pur in assenza del PRIP (che potrebbe anche non essere mai approvato), possano tuttavia essere autorizzati anche a posteriori impianti pubblicitari installati su suolo pubblico a condizione che soddisfino interessi di ordine specificatamente pubblico, di sicurezza della circolazione stradale, di natura estetica, panoramica, ambientale od edilizia, riconosciuti discrezionalmente  tali dal Servizio Affissioni.

Non vengono affatto presi in considerazione i rimedi che l'ordinamento appresta in via generale nell’ipotesi della mancata approvazione del PRIP e che indica invece espressamente la Corte Costituzionale facendo riferimento alla “esecuzione del giudicato che abbia accertato l'inadempienza della pubblica amministrazione”.

Si mette in evidenza che il Regolamento di pubblicità così come modificato ed integrato dal Consiglio Comunale con deliberazione n. 37/2009 non stabilisce il termine entro il quale debba  essere adottato il Piano Regolatore degli Impianti e dei Mezzi Pubblicitari (PRIP), per cui in forza della sentenza della Corte Costituzionale le ditte pubblicitarie non possono essere autorizzate alla installazione di cartelli pubblicitari in mancanza di pianificazione territoriale e si può pretendere dal Comune di Roma l’applicazione del terzo comma dell'articolo 2 della legge n. 241 del 1990, che in via suppletiva pone a carico anche dell’amministrazione capitolina l'obbligo di concludere il procedimento entro trenta giorni, trascorsi inutilmente i quali si può chiedere la nomina di un commissario ad acta.   

L’approvazione del Piano Regolatore degli Impianti Pubblicitari è stata messa all’ordine del giorno dei lavori del Consiglio Comunale come proposta n. 4/2011 nella seduta del 2 aprile 2012 e vi è rimasta in fondo ad ogni ordine del giorno senza mai essere discussa nelle successive sedute del 5, 11, 12 e 16 aprile 2012, per essere poi tolta del tutto senza essere stata reinserita a tutt’oggi: in forza della sentenza della Corte Costituzionale si può diffidare il Comune di Roma a provvedere entro 30 giorni.

Dott. Arch. Rodolfo Bosi

Documenti allegati:
Sentenza Corte Costituzionale 355 del 2002.doc

venerdì 17 agosto 2012

Il TAR annulla il bando di gara per l’affidamento del servizio di bike sharing: la vittoria di Pirro della ditta “SCI”

L’articolo pubblicato su questo blog il 28 maggio scorso informava sul seguito della storia del bando di gara n. 5/2011 per l’affidamento del servizio di Bike Sharing a Roma, facendo sapere con il dispositivo di sentenza n. 4707 del 16 maggio 2012 (vedi allegato) che la Sezione Seconda Ter del Lazio aveva annullato il bando di gara, il Capitolato d’Appalto ed il Contratto.

L’articolo si chiudeva facendo presente che “occorre ora attendere la pubblicazione della sentenza per conoscere quali motivi sono stati accolti dalla Sezione Seconda Ter del TAR del Lazio che, con tutta probabilità, ha valutato improcedibile una simile gara senza la definizione preventiva delle postazioni pubblicitarie e prima dell’approvazione del PRIP”.

Lo scorso 8 giugno sono state depositate le motivazioni della sentenza n. 5221, che per una completa conoscenza si rimettono in allegato e che lasciano capire come l’accoglimento del ricorso n. 668 del 30.1.2012 (vedi allegato dei dettagli) costituisca una vittoria di Pirro per la S.r.l. “SCI - Società Concessioni Internazionali” che l’ha presentato con un unico complesso motivo di censura, secondo il quale sarebbero illegittimi in particolare sia i requisiti di capacità economica e finanziaria che i requisiti di capacità tecnico-organizzativa indicati nel bando di gara.

Per una migliore comprensione dei contenuti della sentenza del TAR è opportuno disarticolare i diversi aspetti dell’unico motivo di censura per vedere in corrispondenza di ognuno come sono stati giudicati dalla Sezione Seconda Ter del Lazio e constatare alla fine che, ad eccezione di uno soltanto, sono stati tutti rigettati.

1 - La Sezione Seconda Ter del Lazio ha voluto dapprima ricostruire il quadro in cui la questione si inserisce, riferendo più o meno le stesse vicissitudini del servizio di Bike Sharing così come da me raccontato nell’articolo pubblicato su questo blog il 2 maggio scorso.

2 - La “SCI” ravvisa nel bando una evidente illogicità e lesione dei principi della concorrenza, attesa la sproporzione tra i dati numerici riportati e considerata la novità del servizio del Bike Sharing in Italia ove sarebbe diffuso a giudizio della “SCI” nelle sole città di Milano, Torino e Roma.
La Sezione Seconda Ter “rileva invece che la dedotta circostanza non corrisponde esattamente alla realtà dei fatti, atteso che risulta che il fenomeno abbia oramai interessato oltre 130 città in Italia, con una prevalenza nei Comuni del Nord e del Centro rispetto al Sud; non solo, pertanto, Roma, Milano e Torino ma anche Brescia, Ravenna, La Spezia, Bergamo, Trento, Modena e Cuneo.

3 - A fronte di un importo complessivo a base di asta di 21.400.000 euro, compreso il rinnovo eventuale per ulteriori 5 anni, il bando di gara richiedeva un fatturato globale non inferiore a 40.000.000 euro ed un fatturato da commercializzazione di spazi pubblicitari non inferiore ad euro 20.000.000 euro conseguito nel triennio antecedente: la “SCI” vi deduce l’illegittimità del requisito di capacità economica e finanziaria di cui al punto III 2.2., lett. a 1) e a 2) del bando di gara.
Riguardo ai requisiti di capacità economica e finanziaria secondo la Sezione Seconda Ter del Lazio, con riferimento al precedente punto 2 “la predetta ultima circostanza appare, comunque, non rilevante sia con riferimento al requisito di cui alla lett. a 1) in quanto interessante il fatturato globale dell’impresa (ossia senza alcuna indicazione relativamente all’attività specifica cui il fatturato è collegato), sia con riferimento al requisito di cui alla lett. a 2), essendo incentrato esclusivamente sul fatturato derivante dalla commercializzazione degli spazi pubblicitari, che costituisce un mercato che, sebbene connesso da tempo, soprattutto all’estero, al servizio di Bike Sharing, con funzione di integrazione del corrispettivo al fine di assicurarne la rimuneratività per l’operatore economico, comunque ha, indubbiamente, una valenza assolutamente autonoma dallo stesso. Peraltro, avuto riguardo alla base di asta - considerata la previsione del rinnovo del contratto per un nuovo quinquennio, che trova il proprio limite esclusivamente nel disposto di cui al comma 3 dell’articolo 4 del capitolato speciale, nel caso di mancata corretta esecuzione del servizio da parte dell’affidatario nel quinquennio iniziale - pari ad euro 21.400.000 ed all’ammantare del fatturato richiesto con le lett. a 1) e a 2) del punto III. 2.2, si ritiene che non sussista affatto la dedotta illogicità ed incongruenza.
Secondo la Sezione Seconda Ter del Lazio “per giurisprudenza che può oramai dirsi consolidata al riguardo, peraltro, appartiene alla discrezionalità della stazione appaltante fissare i requisiti di partecipazione alla singola gara, anche superiori rispetto a quelli previsti dalla legge essendo coessenziale il potere-dovere di apprestare (attraverso la specifica individuazione dei requisiti di ammissione e di partecipazione ad una gara) gli strumenti e le misure più adeguati, congrui, efficienti ed efficaci ai fini del corretto ed effettivo perseguimento dell'interesse pubblico concreto, oggetto dell'appalto da affidare; l’unico limite a detta insindacabilità della scelta, si rinviene allorché la stessa sia manifestamente irragionevole, irrazionale, arbitraria, sproporzionata, illogica e contraddittoria, nonché lesiva della concorrenza, alla stregua di una valutazione da effettuare non in astratto, ma in correlazione al valore dell'appalto.”
Viene precisato che viene ritenuta “non incongrua né limitativa dell'accesso alla gara la richiesta di un fatturato, nel triennio pregresso, sino al doppio dell'importo posto a base della stessa
”.

4 - Sempre secondo la “SCI” non sarebbe stata peraltro tenuta in alcuna considerazione la circostanza della persistente crisi del settore delle affissioni pubblicitarie anche per la mancata adozione da parte del Comune del nuovo Piano Regolatore degli Impianti Pubblicitari (PRIP): a quest’ultimo riguardo per la Sezione Seconda Ter del Lazio “la mancata adozione del piano in questione non può costituire un legittimo impedimento al rilascio da parte dell’amministrazione comunale delle autorizzazioni all’installazione degli impianti pubblicitari di cui trattasi.
Le ragioni di questo giudizio sono state più avanti spiegate dalla Sezione Seconda Ter del Lazio con riferimento all’ultimo punto 9, cui si rimanda.

5 - Riguardo invece ai requisiti di capacità tecnico-organizzativa, il requisito di cui alla lett. a1) sarebbe secondo la “SCI” illegittimo nella parte in cui richiede la sottoscrizione nel triennio antecedente di almeno un contratto con identico oggetto con un numero minimo di 40 stazioni, atteso che in tal modo la maggior parte degli operatori del mercato della gestione degli impianti pubblicitari si vedrebbe preclusa la possibilità di partecipazione alla gara e dall’altro il requisito di cui alla lett. a2) richiederebbe in sostanza che nel triennio antecedente l’affidatario avesse alle proprie dipendenze almeno n. 83 dipendenti, calcolando per ciascuno un costo annuale di 30.000.000 euro.

5.A - Riguardo alle capacità tecniche, per la Sezione Seconda Ter del Lazio che richiama l’articolo 42 del D. Lgs. n. 163 del 2006 (riguardante la  “Capacità tecnica e professionale dei fornitori e dei prestatori di servizi”) “in applicazione della norma richiamata la scelta al riguardo costituisce espressione della discrezionalità di cui l'amministrazione gode nell'indicare i requisiti di capacità tecnica professionale delle ditte partecipanti alla procedura di gara, purché ciò avvenga entro i limiti della logicità e della proporzionalità e sempre che questi non rappresentino un evidente limitazione alla partecipazione alla gara.
Per la Sezione Seconda Ter del Lazio “l’adeguatezza e la proporzionalità dei requisiti soggettivi di partecipazione alle gare pubbliche, con particolare riguardo proprio alla capacità tecnica, deve essere, tuttavia, valutata con riguardo non solo al mero importo economico della base di asta di cui al bando ma anche, e soprattutto, all’oggetto concreto dell’appalto in gara con riferimento in particolare alle sue specifiche peculiarità; e la capacità tecnico-organizzativa afferente ai servizi in pregresso prestati, …, non solo analoghi ma anche specificatamente identici, garantisce effettivamente all’amministrazione l’affidabilità contrattuale del proprio interlocutore con riguardo alle prestazioni oggetto di affidamento.
Nel caso di specie la capacità tecnica è stata agganciata all’espletamento della medesima tipologia di servizio (gestione e sviluppo del servizio di Bike Sharing, comprensivi della fornitura del sistema e della manutenzione e gestione dello stesso) con la specificazione della consistenza del relativo oggetto contrattuale che è stato in concreto agganciato alla dimensione dell’oggetto della procedura in questione; a fronte di n. 80 stazioni da gestire, e in parte preponderante da rinnovare e realizzare ex novo, è stata richiesta la comprovata stipulazione di un contratto relativo alla realizzazione e gestione di n. 40 stazioni.
Il requisito soggettivo indicato non appare, pertanto, illogico e censurabile, né sotto il profilo del medesimo oggetto né sotto quello della sua consistenza numerica.

Per la Sezione Seconda Ter del Lazio “è, altresì, vero che, nell’ambito del predetto modello, gli operatori sul mercato dei sistemi di Bike Sharing per progetti di rilevanti dimensioni siano in numero estremamente limitato (in sostanza prevalentemente, per quanto consta, la francese JC Decaux, la statutinense Clear Channel e la spagnola CEMUSA). Tuttavia, da un lato, è espressamente prevista nel bando la possibilità di partecipare alla gara con il raggruppamento di imprese - sebbene sia puntualmente specificato, …, che il requisito in questione non sia frazionabile e che debba essere posseduto per intero da parte della mandataria - e, dall’altro, non è preclusa la possibilità di ricorrere ai fini del possesso del requisito in questione all’istituto dell’avvalimento di cui all’articolo 49 del D. Lgs. n. 163 del 2006”, secondo il quale il concorrente singolo o consorziato o raggruppato può soddisfare la richiesta relativa al possesso dei requisiti di carattere economico, finanziario, tecnico, organizzativo, ovvero di attestazione della certificazione SOA  avvalendosi dei requisiti di un altro soggetto o dell'attestazione SOA di altro soggetto (che è la certificazione obbligatoria per la partecipazione a gare d’appalto).
A tal ultimo riguardo la Sezione Seconda Ter del Lazio afferma che “nessun rilievo assume invece la non frazionabilità del requisito: l’avvalimento consente infatti che un concorrente possa far affidamento per intero su un requisito posseduto da un altro concorrente”, precisando che “la circostanza che, pertanto, nel caso di specie, la possibilità di farvi ricorso non sia puntualmente ribadita in sede di bando di gara non può legittimamente assumere alcuna valenza preclusiva al riguardo.

5.B - Per quanto riguarda invece la capacità organizzativa, per la Sezione Seconda Ter del Lazio “non è dato ravvisare l’illogicità dedotta che viene, peraltro, affermata senza essere nemmeno adeguatamente argomentata nei suoi estremi; non viene, ad esempio effettuata una valutazione comparativa tra il fatturato e la spese per il personale per un operatore del settore.

6 - Con un ulteriore motivo di censura la “SCI” deduce che si sarebbe venuta a creare una illegittima commistione di requisiti soggettivi di ammissione e criteri oggettivi di valutazione delle offerte in violazione del disposto dell’articolo 83 del D. Lgs. n. 163 del 2006.
Al riguardo la Sezione Seconda Ter del Lazio “osserva che la censura costituisce una mera petizione di principio non argomentata nei suoi estremi; nel caso di specie risulta che siano stati richiesti requisiti soggettivi di capacità economico-finanziaria e tecnico-organizzativi non illogici per le considerazioni che precedono, in quanto finalizzati a valutare la serietà dell’impresa con la quale l’amministrazione va a contrattare e non è rilevato se ed in quale modo e sotto quali profili esattamente sia venuta a determinare nel concreto la dedotta commistione. Peraltro i requisiti in questione presentano una diversa commistione, laddove per la capacità economica il punto III 2.2. lett. a2) fa riferimento al fatturato minimo di euro 20.000.000 per la commercializzazione degli spazi pubblicitari mentre, per la capacità tecnico-organizzativa il successivo punto III 2.3. lett. a 1) fa riferimento alla stipulazione di almeno un contratto di Bike Sharing avente ad oggetto almeno 40 stazioni; tuttavia la detta commistione, che interessa i soli requisiti di partecipazione, è agevolmente spiegabile avuto riguardo al duplice oggetto dell’appalto di cui trattasi, nel quale l’uno, quello relativo allo sfruttamento degli impianti pubblicitari è funzionale all’altro, ossia quello del servizio di Bike Sharing.

7 - Per la “SCI” sarebbe inoltre illegittima anche la clausola di cui al comma 2 dell’articolo 4 del Capitolato speciale nella parte in cui prevede la possibilità per l’amministrazione di non procedere al rinnovo per ulteriori 5 anni del contratto nel caso in cui il servizio non sia stato correttamente eseguito alla luce degli indicativi puntualmente rappresentati in allegato: sarebbe viziata di legittimità in quanto attribuirebbe all’amministrazione comunale un potere potestativo al riguardo e non consentirebbe all’operatore di procedere al calcolo dell’ammortamento dei costi ai fini degli investimenti da effettuarsi.
Per la Seconda Sezione Ter del Lazio “altrettanto infondato è l’ulteriore motivo di censura”, perché “dalla lettura della disposizione invocata, è evidente che l’aleatorietà del rinnovo è legata solo ed esclusivamente alla mancata corretta esecuzione del servizio da parte dell’affidatario ed allora la detta circostanza non può riverberarsi sulla legittimità della clausola stessa, non apparendo la stessa assolutamente illogica. Peraltro il valore della concessione è proprio di euro 21.400.000 in quanto nel predetto importo è stato considerato, altresì, anche l’importo di euro 9.500.000 a titolo di costo per la gestione delle 80 postazioni durante il quinquennio di rinnovo; il che conferma come l’amministrazione si sia autolimitata in ordine alla facoltà di non consentire il rinnovo dell’affidamento, circoscrivendo l’eventualità di un diniego alla sola ipotesi in cui sussistano i presupposti di cui al comma 2 richiamato, incentrati esclusivamente nella non corretta esecuzione del servizio in questione nel primo quinquennio.

8 - Per la “SCI” i costi che rimangono a carico dell’affidatario secondo le indicazioni di cui all’articolo 6 del capitolato speciale (quali i costi per l’ottenimento delle autorizzazioni, i costi di installazione e i costi per l’allacciamento alla rete elettrica) sarebbero eccessivi e sproporzionati e soprattutto del tutto incerti ed aleatori, tanto è vero che la stessa “Roma Servizi”, all’articolo 5 del capitolato, premette che la stima dei costi da sostenere al riguardo deve ritenersi puramente indicativa.
Per la Seconda Sezione Ter del Lazio “per quanto attiene al primo profilo, si ritiene che si tratti di una mera petizione di principio non essendo stati forniti elementi che consentano di valutare perché i predetti costi, che comunque sono qualificati del tutto incerti ed aleatori, sarebbero però contestualmente comunque eccessivi. Per quanto attiene, invece, il secondo profilo, il richiamato articolo 5 del capitolato speciale si limita a ribadire che la stima dei predetti costi deve essere considerata dagli operatori interessati come puramente indicativa, rimettendo, in tal modo, ai predetti operatori la verifica puntuale e definitiva in ordine all’ammontare effettiva degli stessi.

9 – Una particolare censura viene portata con riferimento alle condizioni contrattuali imposte nel disciplinare e nel capitolato, avuto riguardo all’indicato corrispettivo, alla durata del contratto ed agli obblighi derivanti, perché secondo la “SCI” non consentirebbero all’imprenditore, operatore del settore, di effettuare un calcolo di convenienza tecnica ed economica ai fini della formulazione di un’accorta domanda di partecipazione alla gara: sempre secondo la “SCI” vi sarebbe comunque un grave squilibrio economico a favore dell’amministrazione comunale e a discapito dell’affidatario, atteso che gli introiti derivanti dallo sfruttamento degli impianti pubblicitari sarebbero del tutto aleatori e che comunque i responsabili degli uffici competenti nella materia non potrebbero procedere al rilascio dei relativi titoli autorizzatori fino all’approvazione del Piano Regolatore degli Impianti Pubblicitari (PRIP), come peraltro ribadito da ultimo con l’ordinanza del Sindaco di Roma n. 263 del 24.11.2011 con scadenza fissata al 31.1.2012.
Al riguardo la Sezione Seconda Ter del Lazio “premette che, Roma Servizi nelle sue difese ha rilevato come la notoria estensione e complessità del territorio di Roma Capitale ha reso impossibile per l’amministrazione la redazione di un elenco dettagliato di specifici spazi pubblici da affidare all’affidatario ai fini dell’installazione degli impianti pubblicitari, essendosi, invece, ritenuto che andasse a vantaggio dell’operatore la possibilità di potere concordare con l’amministrazione la localizzazione esatta degli impianti ai fini dell’ottimizzazione per lo stesso dello sfruttamento economico degli impianti.
Per la Sezione Seconda Ter del Lazio “peraltro negli atti di gara sono specificate alcune delle caratteristiche degli impianti in questione - i quali devono rispondere ai requisiti di cui al richiamato comma 1 bis dell’articolo 6 della deliberazione C.C. n. 37 del 2009, ossia deve trattarsi di manufatti di arredo urbano funzionali al servizio di mobilità alternativa, devono essere localizzati nell’ambito della Città Storica e devono avere le dimensioni indicate di mt. 120x180, per una superficie complessiva espositiva di mq. 1.500, con applicazione delle deroghe di cui al comma 5 dell’articolo 4 della deliberazione C.C. n. 37 del 2009 - nonché le modalità di rilascio delle relative autorizzazioni, che verrà effettuato, come specificato in sede di risposta ai quesiti degli operatori interessati alla partecipazione del 23.12.2011, con una unica contestuale determinazione dirigenziale.
Per quanto attiene alle caratteristiche degli impianti, in particolare, il punto di partenza è proprio la richiamata disposizione di cui all’articolo 6, comma 1 bis, della deliberazione C.C. n. 37 del 2009, avente ad oggetto il ‘Regolamento comunale recante le norme in materia di esposizione della pubblicità e di pubbliche affissioni”, la quale prevede che  … ‘in deroga ai limiti di cui al presente articolo è autorizzata l’esposizione pubblicitaria su manufatti costituenti elementi di arredo urbano, funzionali a servizi di mobilità alternativa, collocati nell’ambito della città storica, come definitiva in sede di pianificazione del territorio. L’autorizzazione ha durata di cinque anni, rinnovabile una sola volta per altri cinque anni, e può costituire anche il corrispettivo di servizi inerenti il decoro urbano o la mobilità alternativa …’; il comma 1 prevede, appunto, che ‘la superficie espositiva complessiva massima dei mezzi pubblicitari, ad eccezione …, è determinata dall’applicazione dei criteri stabiliti dall’art. 20 per la redazione del Piano’ … La deroga di cui trattasi, non impugnata in questa sede, è quindi specificatamente limitata nel suo ambito applicativo ai ‘manufatti costituenti elementi di arredo urbano, funzionali a servizi di mobilità alternativa’; si tratta, pertanto, di fornire la esatta interpretazione dell’espressione in questione, sulla quale, peraltro, si è diffusamente soffermata la deliberazione del Consiglio Comunale n. 284 del 3.8.2011. L’amministrazione nella richiamata deliberazione ha avuto modo di specificare che ‘con il termine ‘funzionali’ si intendono anche quegli impianti pubblicitari collocati disgiuntamente dalle postazioni, il cui posizionamento è di fatto funzionale al servizio di Bike Sharing in quanto garantisce il raggiungimento di una superficie pubblicitaria totale ritenuta congrua come corrispettivo per l’erogazione del servizio. Per tale ragione, gli impianti pubblicitari localizzati disgiuntamente dalle postazioni recheranno uno spazio dedicato al riconoscimento dell’impianto come facente parte del servizio di Bike Sharing; tale soglia è stabilita in complessivi mq. 1.500 che l’Agenzia Roma Servizi per la mobilità s.r.l. potrà gestire in convenzione per la stessa durata dell’affidamento del servizio di Bike Sharing…’.
Sul punto la memoria di Roma Servizi riporta che ‘ci dovrà essere perfetta rispondenza tra le postazioni di Bike Sharing e la cartellonistica’ e ribadisce che deve trattarsi, comunque, indipendentemente dalla collocazione fisica, di ‘manufatti costituenti arredo urbano’.
Tuttavia il bando è chiaro nel senso che ‘il corrispettivo del contratto è costituito … anche dalla concessione dello sfruttamento commerciale degli impianti pubblicitari, sia coincidenti con le postazioni del Bike-Sharing, che di nuovi impianti che l’aggiudicatario potrà individuare nel territorio comunale nel rispetto dei vincoli fissati dalla D.C.C. n. 37/2009 …’.
Deve, pertanto ritenersi che il punto di partenza sia la definizione del manufatto di arredo urbano di cui al comma 1 bis dell’articolo 6. L’arredo urbano risponde all’esigenza, da tempo sentita, di offrire alla cittadinanza attrezzature utili che aiutino a vivere in modo ottimale la città. L’arredo urbano annovera, pertanto, tutti quegli impianti che hanno una funzione di servizio, quindi danno informazioni o permettono al fruitore dell’impianto di sedersi, ripararsi, ricevere informazioni o semplicemente di percepire in modo più gradevole la città; si tratta, dunque, di oggetti che sono funzionali alla fruizione di un servizio o di una funzione peculiare.
La panchina è l’esempio più significativo di arredo urbano ma ci sono da annoverare nella categoria anche i lampioni, gli orologi e le pensiline, che sono esempi molto visibili, nonché oggetti invisibili, come gli scansaruote, i mascheroni erogatori d’acqua, le fontane e le cassette postali. Comunque l’arredo urbano, oggi, rappresenta la forma pubblicitaria in outdoor maggiormente pianificata, sia perché aumenta la frequenza del messaggio pubblicitario, ma soprattutto perché offre allo stesso la possibilità di accedere a zone della città che con altri veicoli sarebbe impossibile raggiungere. Solo a titolo esemplificativo la pensilina ha una sua caratteristica peculiare in quanto i formati pubblicitari utilizzabili al suo interno sono vari, ed i più comuni sono il 100X140, 140X200 e 120X180; gli orologi, che sono presenti in molte località, e che si presentano diversi per colore, forma e grandezza, supportano il formato prevalentemente del 100X140; la cabina telefonica, ove ancora presente, permette lo sfruttamento del formato prevalente del 100X140; le fioriere, infine, caratteristico esempio di arredo urbano utile per abbellire la città, normalmente supportano il formato 100X140. Il manufatto di arredo urbano è non qualificato, nel caso di specie, nelle sue esatte caratteristiche ma ne viene invece indicata la localizzazione, od almeno l’ambito territoriale nel quale possano essere installati. Ed infatti l’articolo 6, comma 1 bis, in precedenza richiamato, e sulla base del quale si è proceduto con il bando, limita la deroga ai limiti per il rilascio dell’autorizzazione dei nuovi impianti all’installazione “su manufatti costituenti elementi di arredo urbano, funzionali a servizi di mobilità alternativa, collocati nell’ambito della città storica, come definitiva in sede di pianificazione del territorio.Costituisce, pertanto, elemento determinante per l’operatività della deroga anche la localizzazione degli impianti che non è limitata al solo municipio I-Centro storico; e, infatti, con l’approvazione del nuovo strumento urbanistico, si è assistito al passaggio dal Centro Storico alla Città Storica, la quale si estende, secondo la perimetrazione del Nuovo P.R.G., ben oltre il solo centro storico strettamente inteso.

Secondo la Sezione Seconda Ter del Lazio “per quanto attiene al concetto della funzionalità deve ritenersi che il bando di gara ed il capitolato speciale rimandino al riguardo alla deliberazione n. 284/2011, atteso l’esplicito rinvio ai fini della definizione delle controprestazioni di cui al punto n. 1 del capitolato, ultimo periodo. Nella predetta deliberazione, invero, come in precedenza riportato, viene fornita una definizione della funzionalità che consente di ricomprendere tra gli impianti pubblicitari concedibili anche impianti non coincidenti e quindi anche disgiunti dalle postazioni di Bike Sharing. É ritenuto, infatti, che la funzionalità è da ravvisarsi non nel mero dato fattuale della localizzazione dell’impianto quanto nella sua necessità di assicurare l’equilibrio economico contrattuale attraverso l’indicazione del servizio nell’impianto stesso. Non si ritiene che, tuttavia, le prescrizioni del bando di gara violino il disposto di cui al richiamato articolo 6, comma 1 bis, nella parte in cui, pur disgiunti, i predetti impianti possano essere considerati effettivamente funzionali al servizio di Bike Sharing. Ai predetti fini, tuttavia, non può ritenersi che assuma valenza decisiva l’aspetto economico; in altre parole non si ritiene che possa qualificarsi in termini di funzionalità un impianto pubblicitario per il solo fatto che il suo sfruttamento economico assicura all’operatore del servizio di Bike Sharing la copertura dei costi ed il guadagno da attività d’impresa. Assume, invece, valenza decisiva la funzione che, in concreto, i predetti impianti possono svolgere in favore del servizio di cui trattasi in termini strettamente operativi; qualora, pertanto, gli impianti costituiscano il mezzo attraverso il quale sia possibile pubblicizzare l’esistenza del servizio al fine di attirare una maggiore utenza ed incrementare il giro di affari e dare indicazioni operative in ordine alle modalità di gestione dello stesso e di accostamento allo stesso da parte dell’utenza, allora, non appaiono sussistere dubbi in ordine alla ricorrenza del requisito in questione. E, nel caso di specie, nella richiamata deliberazione, l’amministrazione si è premurata di specificare che le postazioni pubblicitarie ‘recheranno uno spazio dedicato al riconoscimento dell’impianto come facente parte del servizio di bike sharing’; è vero che non viene ulteriormente specificato in cosa esattamente debba consistere il contenuto del predetto spazio né viene indicata la misura dello stesso in relazione all’intera superficie dell’impianto, ma tuttavia, non può negarsi che, in qualunque modo, almeno viene assicurata la funzione minima di dare pubblicità ad un servizio sostanzialmente nuovo nelle sue prospettate dimensioni nella città di Roma dopo un periodo di incertezze notevoli in ordine al suo effettivo svolgimento a seguito delle disposte proroghe del servizio sperimentale a favore della società Cemusa. Tanto premesso dal punto di vista degli impianti pubblicitari, si ritiene che possa fondatamente sostenersi che l’oggetto del contratto sia indeterminato, e tale da ingenerare dubbi in ordine alle caratteristiche degli impianti di cui trattasi, attesa la mancata esatta localizzazione degli impianti da effettuarsi, comunque, in un ambito territoriale abbastanza esteso, attesa la perimetrazione della Città Storica nel Nuovo P.R.G. del 2008 e considerato che la diversa localizzazione di un impianto ha indubbiamente riflessi essenziali relativamente all’entità dello sfruttamento economico che può farsene plausibilmente derivare. In sostanza l’amministrazione non ha ottemperato all’onere di procedere all’esatta individuazione delle postazioni di installazione degli impianti pubblicitari di cui trattasi all’interno, comunque, del perimetro urbanistico della Città Storica, atteso che, soltanto procedendo in detta direzione, avrebbe consentito all’operatore economico di avere piena contezza degli effettivi probabili introiti conseguenti al detto sfruttamento economico. Per quanto attiene, poi, all’aspetto economico specificatamente in contestazione in questa sede, deve rilevarsi che il capitolato speciale, al punto n. 1 “Premesse”, rinvia al contenuto sul punto della più volte richiamata deliberazione della Giunta Comunale n. 284 del 3.8.2011. E nella suddetta deliberazione viene indicato quale è stato il percorso seguito da parte dell’amministrazione al fine di individuare i termini contrattuali delle prestazioni in oggetto. In particolare viene evidenziato, alla pag. 5, che si è partiti dallo studio del progetto sperimentale di Roma Servizi e dall’analisi del mercato di analoghi sistemi in Italia ai fini della quantificazione delle controprestazioni ritenute necessarie al fine di garantire l’equilibrio economico-finanziario del servizio in questione”. Per la Seconda Sezione Ter del Lazio “quanto al secondo profilo, valgono le considerazioni che seguono. Al riguardo deve guardarsi alla disciplina di cui al combinato disposto degli articoli 3 e 38 del D. Lgs. n. 507 del 1993. …. Va subito premesso che, alla stregua della disciplina appena richiamata, l'installazione di impianti pubblicitari è soggetta ad un provvedimento autorizzatorio da parte del Comune ai sensi del combinato disposto degli articoli 3, comma 3, del D.lg. n. 507 del 1993 e 23, comma 4, del D.lgs n. 285 del 1992, e che ogni comune è tenuto ad adottare non solo il regolamento per l'applicazione dell'imposta con il contenuto specifico ivi determinato, ma anche il piano generale fino all’adozione dei quali, ai sensi del comma 8 richiamato, l'amministrazione comunale non può autorizzare l'installazione di nuovi impianti pubblicitari.
Tuttavia, poiché l'attività economica dei privati non può essere impedita a causa di ingiustificate inerzie del comune, da un lato, deve ritenersi che vada tutelato l'interesse della ricorrente e vada dichiarato l'obbligo dell'Amministrazione di dotarsi degli strumenti di cui al citato articolo 3 .., e, dall’altro lato, il comma 8 deve essere messo in relazione, ai fini della sua compatibilità costituzionale, con l'articolo 41 della Costituzione e con l'articolo 2 della legge n. 241 del 1990 che impone all'amministrazione l'onere di determinare, per ciascun tipo di procedimento, il termine per la relativa conclusione, stabilendo in via suppletiva il termine di trenta giorni oltre i quali l'amministrazione medesima diviene inadempiente.
Deve di conseguenza ritenersi che il regolamento comunale adottato ai sensi dell'articolo 3 che inibisca sine die le installazioni pubblicitarie comporti violazione dei principi costituzionali di iniziativa economica anche di derivazione comunitaria .. e che il termine di trenta giorni, oltre il quale l’amministrazione diviene inadempiente, sia applicabile anche al procedimento concernente l'adozione, da parte del comune, del piano generale degli impianti pubblicitari, necessario presupposto del rilascio delle singole autorizzazioni. Sotto tale profilo, il diritto di iniziativa economica risulta adeguatamente protetto e sottoposto ad un limite non irragionevole, preordinato com'è alla salvaguardia di una pluralità di beni di rilievo costituzionale, quali l'ambiente, l'arte, il paesaggio, la sicurezza della viabilità (Corte costituzionale, 17 luglio 2002, n. 355).
È da rilevare inoltre che l’amministrazione ha richiamato in tutti gli atti della presente procedura di gara la deliberazione C.C. n. 37 del 2009 proprio al fine di ribadire l’applicazione della deroga di cui al richiamato articolo 6, comma 1 bis, nonché di estendere le deroghe alle distanze minime nel centro abitato di cui al comma 5 dell’articolo 4; e, in sede di risposta ai quesiti, in data 23.12.2011, ha puntualizzato come si sarebbe proceduto al rilascio delle autorizzazioni di competenza comunale necessarie ai fini dell’installazione dei nuovi impianti pubblicitari con una unica, complessiva e contestuale determinazione dirigenziale.
In sostanza l’amministrazione si è premurata di assicurare all’affidatario il rilascio dei titoli autorizzatori necessari, prevedendo, altresì, che l’installazione degli impianti pubblicitari avvenga in misura proporzionale all’installazione ed esercizio delle stazioni di Bike Sharing, come disposto ai sensi dell’articolo 7 del capitolato speciale, ultimo periodo.

Per la Seconda Sezione Ter del Lazio “conclusivamente il ricorso deve essere accolto, siccome fondato nel merito, limitatamente al punto” in esame “nella sola parte ivi indicata, e, per l’effetto, gli atti impugnati vanno annullati nella parte in cui non contemplano la previa individuazione da parte dell’amministrazione comunale della esatta localizzazione sul territorio della Città Storica degli impianti di cui trattasi.”  

Come si può ben vedere, la Seconda Sezione Ter del Lazio ha rigettato sostanzialmente tutti i motivi di censura su cui la ditta “SCI” ha fondato il suo ricorso, accogliendo solo quello riguardante l’assenza di una localizzazione ex-ante delle postazioni pubblicitarie (quanto meno di 347 pannelli pubblicitari bifacciali di mt. 1,20 x 1,80): la sentenza viene così a costituire una vittoria di Pirro per la ditta “SCI” perché - per ottemperare ai requisiti tanto di capacità economica e finanziaria quanto di capacità tecnico-organizzativa richiesti dal Comune di Roma e confermati dal TAR del Lazio - non sarà presumibilmente in grado di partecipare da sola al bando di gara e si vedrà costretta a gareggiare in raggruppamento di imprese (se caso mai ci riuscirà), avvalendosi dell’istituto dell’avvalimento.
Pur con la conferma dei suddetti requisiti, la sentenza costituisce al tempo stesso una bocciatura del bando di gara proprio della sua parte più importante, che è quella che riguarda la mancata individuazione preventiva sul territorio degli impianti pubblicitari da utilizzare come corrispettivo nelle misura di 1.500 mq. di superficie espositiva complessiva, perché non consente alle ditte che vogliono partecipare al bando di poter stilare un piano economico, proprio per l’estrema incertezza della voce “ricavi” (a loro volta strettamente legati alle dislocazioni degli impianti sul territorio).
Secondo quanto indicato nelle motivazioni della sentenza una ripubblicazione della gara con allegate le postazioni già autorizzate consentirebbe alla procedura di arrivare stavolta fino in fondo.
Da voci raccolte ma non ufficialmente confermate, sembrerebbe che il Comune di Roma non intenda impugnare al Consiglio di Stato la sentenza del TAR del Lazio n. 4707  del 16 maggio 2012 e che la “Agenzia Roma Servizi per la Mobilità” abbia predisposto un dossier con circa 400 postazioni pubblicitarie ora sul tavolo dell’assessore Davide Bordoni per l'approvazione.

Dott. Arch. Rodolfo Bosi


Documenti allegati:
Dettaglio Ricorso SCI n. 668 del 30 gennaio 2012.doc
Dispositivo sentenza n. 4707 ottenuta dalla SCI.doc
Sentenza SCI N_ 00668-2012 REG_RIC.doc